sabato, marzo 27, 2004

Do il mio contributo...

Do il mio contributo alla discussione gastronomica:
LA PASSIONE DEL PANE
Elemento primordiale e dal profondo valore simbolico e religioso, alimento imprescindibile tanto richiedere un termine per definire l’”altro da sé” (companaticum), minimo comune denominatore gastronomico di tutte le culture del mondo (dal quello azzimo ebraico al “pane di sabbia” del Sahara, fino al naan indiano), il pane è e rimane soprattutto un cibo da gustare e oggi più che mai al centro dell’attenzione di ristoratori e gourmets. In Italia, dove è profondamente radicata la tradizione della panificazione come elemento culturale e gastronomico, abbiamo alcune delle tipologie di pane più interessanti e di antica origine, oggi fortunatamente preservate da appositi Consorzi e Disciplinari DOP, anche se non sempre ciò riesce ad evitare operazioni commerciali molto vicine alla truffa del consumatore, forse peggio dell’omologazione in nome della baguette.
Uno dei luoghi ad alta densità di tradizioni dell’arte della panificazione e dei relativi prodotti, è la zona dei Castelli Romani, nel Lazio, dove troviamo il famoso pane di Lariano, semi integrale e dal gusto rustico e deciso, e il famoso pane di Genzano, più delicato, la cui storia affascinante ci risposta ad un glorioso passato fatto di principi e Papi, e di meno fortunati eventi bellici.
Ma qual è l’ingrediente fondamentale per fare un pane saporito, croccante ed invitante come quello di Genzano? Ascoltando Sergio Bocchino, detto Fischiò, proprietario di uno dei pochi forni a legna ancora rimasti in paese, guardandolo mentre parla del “suo”pane e della sua vita ad esso inscindibilmente legata, non c’è dubbio: è la passione.
La stessa passione che nel difficile periodo del Dopoguerra spinse il padre, Eligio (detto anche lui Fischiò) a caricarsi i sacchi di pane sulle spalle per portare questo incredibile pane dalla crosta color oro nella Capitale, dove divenne in breve tempo uno dei più richiesti ed amati dai romani.
Una passione che è stata a volte un peso, a cui ha cercato invano di sfuggire, a cominciare dal momento in cui, nel giorno del suo diciottesimo compleanno, il padre lo arruolò forzatamente nel suo forno, portandolo via dalle serate con gli amici e le domeniche di festa verso una vita di sacrifici ma anche di grandi soddisfazioni.
Oggi è infatti uno dei promotori e soci più attivi del Consorzio che raccoglie 13 forni ( di cui purtroppo solo 3 ancora a legna) del Comune di Genzano dove si fa questo pane DOP dal sapore e dall’odore, inconfondibile. E’ l’odore, infatti, la prima cosa che colpisce arrivando a Genzano.
Ogni giorno, infatti, a partire dalla prima infornata, per tutto il paese si diffonde il profumo del frumento misto a quello caldo e avvolgente del legno di castagno che brucia nei forni a legna, proprio come avveniva già nel ‘600, quando il principe Cesarini Sforza, accanto al cui palazzo sorse il borgo, offrì questo pane al Papa, che ne rimase decisamente soddisfatto.
Nell’800, a Genzano, il pane fu addirittura protagonista dei moti di rivolta guidati dai fratelli Pace e Tempesta, contro il razionamento del grano per la panificazione.
Certo, i tempi sono cambiati, e oggi sono rimasti in pochi a preparare il pane in casa, come avveniva ancora fino alla fine della guerra, quando le donne preparavano le pagnotte mettendovi un segno di riconoscimento (un fagiolo, un rametto, una patata, buonissima poi da mangiare con un filo d’olio, perché non era certo periodo di sprechi, quello…) per riconoscerle dalle altre della stessa infornata,e le portavano ai cosiddetti “forni a socce”, dove altre donne, essendo gli uomini impegnati in più tristi affari, provvedevano a cuocerlo a regola d’arte.
Anche la vita dei panificatori e dei fornai, oggi, è un po’ meno dura. I ritmi della vita moderna, di solito più frenetici, hanno imposto le loro regole.
Non si può prescindere dal tempo dedicato al loisir (e al consumo), e così turni di lavoro e giornate di panificazione si sono ridotti (da 365 all’anno si è passati a circa 310, lasciando liberi il sabato e le feste comandate).
Le impastatrici hanno sostituito la parte più dura del lavoro, i forni elettrici si sono affiancati a quelli a legna. Anche la distribuzione si è ampliata oltre il territorio di Genzano ed è decisamente più organizzata e comoda dei tempi di Fischiò padre. Ma quello che non è cambiato, ci rassicura Bocchino, è il sapore di questo pane antico e semplicissimo, il cui segreto è, oltre che nella sapiente lavorazione tramandata di padre in figlio, negli ingredienti previsti nel Disciplinare della DOP ottenuta nel 1992 (le cui maglie un po’ troppo larghe sono causa di non pochi malumori e dissidi interni): La farina di tipo 0, che ne garantisce la morbidezza e il bel color nocciola della mollica; l’acqua, in proporzione del 70% della farina utilizzata, che evapora naturalmente durante al lievitazione e la cottura permettendo al pane di mantenersi buono fino a 10 giorni; la doppia lievitazione ottenuta da una base di pasta madre acida, residuo della panificazione precedente, in un ciclo pressoché ininterrotto tranne che nell’intervallo tra l’ultima infornata del giorno e la prima del mattino dopo, durante il quale si lascia la pasta madre a “fare la guardia”.
E , soprattutto, il cruschello, la buccia del grano ricca di fibre e di sapore che, invece di essere buttata è utilizzata per ricoprire le pagnotte prima dell’infornata al posto della farina.
Il risultato è un pane dalla mollica morbida e saporita, con i buchi creati dall’aria, sviluppatasi durante la lievitazione naturale, perfettamente distribuiti e dalla crosta croccante, con il suo colore scuro dato dal cruschello.
Un pane che mangiato caldo, appena sfornato, con una fetta di mortadella o della porchetta locale, è davvero una tentazione a cui è difficile resistere.
Con il passare dei giorni, la mollica si fa compatta, la crosta più morbida, l’odore di frumento più intenso, ma il pane non è certo meno buono; entra anzi a far par parte di alcune ricette tradizionali, come il pan cotto (zuppa a base di aglio, olio, pomodoro e pane raffermo) o la zuppa di broccoletti con pancetta e pane vecchio di qualche giorno.
D’altra parte, basta pensare che in un tempo non tanto lontano i forni si vedevano costretti ad avere sempre delle pagnotte del giorno prima, per assecondare le richieste delle accorte donne di casa, le quali sapevano bene che se avessero portato a casa il pane appena sfornato, sarebbe scomparso in un batter d’occhio!
Oggi, vale la pena andare a Genzano (magari in occasione della tradizionale Festa del Pane che si tiene nella seconda domenica di settembre) per assaggiare questo pane caldo e fragrante, appena uscito dal forno, lasciandosi guidare dall’odore che pervade il paese fino a uno dei tradizionali forni a legna, per concedersi il lusso, semplice e antico, di riscoprire un sapore che ha deliziato da centinaia di anni Papi e contadini.



















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giovedì, marzo 25, 2004

Il mio Regista prefe...

Il mio Regista preferito in rassegna a Napoli

E' stata inaugurata ieri sera, all' Istituto di Cultura Francese Grenoble, la rassegna cinematografica europea " Cineuropa 2004", dedicata al grande regista francese Francois Truffaut, nel ventennale della sua morte.
   La manifestazione promossa dalla Provincia di Napoli e dalla Agenzia Metropolitana Napoletana per la Cultura, presieduta da Gillo Pontecorvo, si è svolta a Ponticelli quartiere della periferia orientale di Napoli.
    E' un' iniziativa importante - afferma il presidente della Provincia Amato Lamberti - che spero si possa ripetere. Napoli incontra il cinema internazionale  e quest'anno l' appuntamento è con Parigi. Inoltre l' iniziativa non si limita alla città , ma a due periferie, con le proprie realtà, Ponticelli per Napoli e Bercy per Parigi".
   "Ben venga la scelta di portare manifestazioni del genere in realtà  particolari - dice Gillo Pontecorvo - gli autori difficili dovrebbero essere portati a contatto con il grande pubblico. Il cinema è abbastanza popolare , mi pare che alcuni prodotti di più difficile fruizione dovrebbero essere più curati da chi li distribuisce, per diventare un arricchimento a livello più generale. "Non penso di esagerare - continua Pontecorvo - se affermo che il cinema italiano dia segni tangibili di inizio ripresa".
   La rassegna, in programma, dal 25 marzo al 3 aprile, avrà  luogo al cinema Teatro Pierrot.
   Saranno installate per strada e sugli edifici del quartiere, le fotografie di Luciano Ferrara, che "raccontano" i segni urbani e le trasformazioni di due periferie: Ponticelli e Bercy







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mercoledì, marzo 24, 2004

Questo è il mio arti...

Questo è il mio articolo pubblicato su M2 di Febbraio

Il Viaggio di M2 questo mese ci conduce sino a Vallesaccarda, paesino dell’alta Irpinia, dove questa terra generosa bacia il tavoliere pugliese. Per raggiungere questa località percorrerete l’autostrada Napoli-Bari, uscendo allo svincolo di Vallata, da dove, seguendo le indicazioni stradali, proseguirete sino all’imbocco del paese. Lì, a darvi il benvenuto, troverete uno dei più interessanti ristoranti della Campania: l’Oasis antichi sapori. Confortevole maison, in passato trattoria, oggi egreggiamente condotta dai giovani patron Fischetti. Pionieri del gusto che, aprendo il loro locale in questa oasi bucolica, hanno dimostrato indubbio coraggio oltre che impareggiabile bravura. Sarete subito accolti, nella bella sala da poco rinnovata, con una piccola praline di patate ed un flute di bollicine offerto dalla casa. Il menù è vasto, così come vasta è la carta dei vini. Vi sono ben 3 menù degustazione ed il più costoso è somministrato per 34 euro, inoltre a pranzo viene servita una interessante colazione di lavoro a 16 euro. Vi consigliamo di iniziare con l'antipasto della casa, composto da una suadente ricottina di fuscella ancora calda, da un etereo lardo, da un profumatissimo prosciutto di cantina e da un gustosissimo velo di arrosto di maiale. Accompagnati da uova strapazzate, puntine di asparagi selvatici e zucchine e dai sott'oli della casa che annunceranno al vostro palato quella che sarà una esperienza straordinaria. Potrete scegliere ancora tra una riscoperta di antiche zuppe tra cui la passatina di chichierchie, con bocconcino di baccalà affumicato e olio di oliva, un piatto della memoria. L'assaggio di questo legume, mitico nel racconto dei nonni, vi svelerà la vera essenza di questa cucina fatta di calore, profumi, sapori dimenticati che stupiscono ed esaltano per la loro semplicità. Per i primi piatti vi consigliamo: gli spaghetti alla chitarra, salsa di broccoli e alici fresche al profumo di pecorino con una piccola sfoglia croccante di peperoncini rossi, le cui trecce ornano a mò di cappello l'ingresso di questo locale, alla ricerca di quel sole che permetterà loro di conservarsi per tutto l'inverno. Ed andora i ravioli di ricotta alla salsa di noci ed aglio bruciato, un classico del locale, ma da urlo! Come secondo piatto non perdetevi l'agnello, in queste terre in Campania, a nostro avviso, non ha pari. L'Oasis lo serve in due versioni, cotto alla vecchia maniera, ed in crosta di pane alle erbe fini, ambedue le cotture rispettano la bontà di una materia prima eccezionale, con un contorno di patate, cipolle e peperoni, nel solco della tradizione contadina di queste zone, che vuole l'agnello accompagnato dal meglio dei prodotti della terra. Un piccolo assaggio di formaggi del territorio, ed i dolci tra cui la mattonella di pistacchio, il tortino al gianduia e quello al caffè, oltre alla piccola pasticceria, e qualche distillato attinto da una ampia lista, completeranno questa splendida esperienza gastronomica. Una esperienza che vi immergerà in un territorio favoloso come l'Irpinia, attraverso una cucina che è sangue e carne di questa terra e che i Fischetti interpretano con maestria. All'uscita felici, satolli, potrete osservare le verdi colline da cui vi sembrerà ancora di sentir provenire i rumori dei campanacci della transumanza delle greggi, che in tempi passati, si spostavano da qui verso il vicino tavoliere. Il vostro benessere sarà accompagnato dal rotare delle pale dei mulini a vento, che vi indurranno a restare ancora in questi luoghi alla ricerca dei giacimenti gastronomici, degli ultimi artigiani del cibo, di quei pastori presso cui potrete trovare i prodotti di questa terra da portare con voi al ritorno in città, alimentando la memoria di una giornata trascorsa nel passato. Vi consigliamo, sulla strada del ritorno, di fare sosta ad Ariano Irpino dove potrete far visita al caseificio Lo Conte, uno degli ultimi maestri della lavorazione del latte, prodotto dalle mucche da pascolo di queste zone. Qui tra i tanti formaggi non potrete perdere l’assaggio del caciocavallo stagionato, che a differenza degli altri formaggi della stessa tipologia prodotti in Campania, ha una forma opulenta dalle rimembranze presepiali che è un esplicito invito all’assaggio. La pasta è soda ma il contatto con il calore del palato, facendo disciogliere i grassi, consegna una piacevole sensazione di burrosità, il sapore è deciso e piccante e per i più fortunati, che avranno il piacere di assaggiarne uno stagionato più di 12 mesi, c’è anche la piacevolissima visione della “lacrima” prodotta dal processo di invecchiamento. I Lo Conte sono casari esperti ed una visita in questo esercizio non può mancare nel carnet dell’aspirante gourmet. A questo punto prima di ritornare a casa, vi consigliamo una deviazione verso San Marco de Cavoti in provincia di Benevento, qui nella patria campana del Torrone, merita certamente la sosta la premiata fabbrica Innocenzo Borrillo, un antica torrefazione del 1800 che mantiene intatta anche la storicità dell’arredo. Qui tra le tante tipologie potrete assaggiare il Torrone Bacio, un intrigante croccantino di mandorle e nocciole ricoperto da una suadente glassa al cioccolato che, a nostro avviso, è un valido competitore dei più blasonati torroni Torinesi e Cremonesi. Colmi così di sensazioni e tesori gastronomici considererete tiranno il tempo che vi spingerà sulla strada di casa, ma vi consolerete con la consapevolezza che quel pezzo di Irpinia che vi portate sia nella memoria che nella sacca vi farà compagnia per lungo tempo.


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Sulla Manifestazione...

Sulla Manifestazione di Sabato 20 Marzo contro la guerra e contro il terrorismo.

Dopo le polemiche che sono apparse sulla stampa, vi posto l'editoriale di

Rossana Rossanda apparso ieri su il Manifesto

Rissa da cortile
ROSSANA ROSSANDA
Con un colpo magistrale un centinaio di sedicenti antagonisti e altrettanti dirigenti Ds sono riusciti a oscurare dal palcoscenico mediatico un milione o due di persone che sabato hanno sfilato a Roma contro la guerra. Erano gli uni e gli altri infastiditi dall'evento, che non avevano né organizzato né animato. Protagonista era quella società civile, così spesso evocata a vanvera, che da qualche anno si coagula e si articola in gruppi, associazioni ed elaborazioni diverse, si convoca in grandi appuntamenti su questioni decisive, e aggrega attorno a sé un'opinione vastissima, stufa di manipolazione, che scende per le strade. Che cosa diceva la manifestazione di sabato, inattesa per l'affluenza, calorosa, preoccupata, comunicante? Diceva a un anno dall'inizio della guerra in Iraq, che era stato un disastro, che aveva esiti infausti, che aveva moltiplicato il terrorismo e che l'Italia doveva dissociarsene senza equivoci, consegnando la gestione dei guasti all'Onu, alla quale va da sé che si potrebbe dare aiuto.

La manifestazione è stata sentita come intollerabile per il centrodestra, che l'ha accusata di tutto, compreso di essere nostalgica di Saddam, per il centrosinistra che dalla guerra del Kosovo in poi frascheggia alla Blair con interventi e occupazioni armate, per le smanie di protagonismo di alcuni giovani e meno giovani, che non rappresentano nessuno ma che cercano di inserirsi per scacciare coloro che considerano indegni di prenderne parte.

Né gli uni né gli altri erano in cima ai pensieri del grande gomitolo che si è andato srotolando da mezzogiorno in poi per ore e ore fino a riempire e svuotare un paio di volte il Circo Massimo. E che felicemente ignorava come verso le cinque, cioè a manifestazione inoltrata già da un pezzo, la direzione Ds, asserragliata nella sede di via Nazionale (i ds normali erano fluiti per conto proprio fra i manifestanti) decideva di inserirsi nel corteo standoci pochissimo, forse per non stancarsi o forse per non compromettersi troppo. Ma aveva trovato fuori della porta un centinaio di autoproclamati guardiani della rivoluzione che l'aspettavano per coprirla di ululati. Che è successo fra il ceto politico arrivato e quello aspirante tale? Le immagini consegnano alla storia qualche spintone e strillo, un Fassino verde in faccia, un breve accalcarsi e una sola immagine pulita, i giovani ds che avanzano con le braccia pacificamente alzate. Il segretario se la svignava offeso e coperto dalla polizia per una via laterale. I baldi antagonisti continuavano a spintonare i ds rimasti per cinque minuti, che sarebbero sprofondati nell'oblìo se la segreteria Ds non avesse diramato un drammatico comunicato che denunciava «l'aggressione squadrista» - scusate se è poco - e, come da tradizione, la attribuiva a un complotto di alleati ed eletti irriconoscenti. Miserabile. Sono seguiti il giubilo della destra, una pioggia di telegrammi di solidarietà a Fassino da An e compagnia, telegiornali in fibrillazione, Gad Lerner che scongiurava Luigi Ciotti a dissociarsi da Zanotelli e abiurare Strada, e consimili scemenze. Tempo un'ora, uno o due milioni di persone erano state azzerate al momento di andare sugli schermi e sulle prime pagine dei giornali.

Bel lavoro. Grave per il movimento per la pace? No. Non se n'era neanche accorto. Ma grave per la stampa parlata e scritta, che ne esce inaffidabile per la distanza fra quel che è avvenuto e quel che essa trasmette, per il manifesto servaggio agli inquilini del Palazzo, per l'inattendibilità come osservatore politico. E grave per la sinistra. Sia per quella radicale, cui non giova vedersi attribuita una manciata di estremismo primario, ma soprattutto per la sinistra che si vorrebbe di governo ed è sempre più impigliata nelle sue codardie, incapace di tenere una linea di opposizione e però desiderosa di nascondere dietro presunte aggressioni il suo anelito a schierarsi con Blair. Giorno per giorno precipita la sua capacità di rappresentanza. In Spagna, in grado di raccogliere la protesta di una maggioranza del paese, c'era il modesto Zapatero, da noi neanche quello.










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martedì, marzo 23, 2004

Questo è un mio arti...

Questo è un mio articolo pubblicato su M2 a gennaio 2004

Se in una notte placida, illuminata solo dalle stelle e dalla luna che amplifica i suoi raggi con gli argentei riflessi del mare, il viandante di transito in questa magica terra si fermasse ad ascoltare il silenzio, avrebbe l’impressione di udire ancora il canto delle sirene e le urla dei combattenti saraceni. E’ per questo che il viaggio proposto da M2 questo mese fa tappa a Massa Lubrense. In luoghi che d’estate possono divenire caotici per la folla di bagnanti che li invade, ma d’inverno si trasformano in piccole enclavi di pace e silenzio. Siamo sì nella terra delle Sirene, ma soprattutto per gli enogastronomici siamo nella patria degli agrumi, di grandi cultivar d’oliva bagnata da un mare splendido e pescoso. Sarà per il mix di sapori e magia che questo lembo di penisola sorrentina si è trasformata negli anni in un vero e proprio triangolo d’oro della ristorazione di qualità che, affondando profondamente le sue radici in questa cornucopia di bontà, ha saputo sviluppare talenti e saperi cui difficilmente si potrà rinunciare dopo averli conosciuti. La prima sosta che intendiamo proporvi in un locale storico di Massa Lubrense, da sempre conosciuto, apprezzato e rinomato: l’Antico Francischiello da Peppino. Dalla sua splendida terrazza potrete consumare un aperitivo godendovi la vista degli uliveti e del mare. Assaporerete le bontà della cucina in un’ampia sala, ben curata, anche se quando il locale ospita banchetti nuziali, bisogna dire addio alla serenità. La lista dei vini è ampia. La cucina è all’impronta del classico ma ben elaborato, con gran predisposizione alle preparazioni di pesce, sempre fresco. Buono il misto mare lubrense caldo, da non perdere la zuppa di pesce che vi consigliamo di chiedere all’atto della prenotazione del tavolo. Il servizio è attento. Il costo è sui 42 euro vini esclusi. Proseguendo il cammino verso la frazione di Marina del Cantone, piccolo e delizioso borgo marinaro, lungo la stradina che dai colli discende verso il mare, incontrerete i Quattro Passi (dal mare?), deliziosa maison gestita con passione e impegno da Antonio (detto Tonino) Mellino e sua moglie Rita. Un locale sviluppatosi sulla passione e il sacrificio dei patron. Sacrifici che hanno prodotto grandi risultati estetici, preludio di una grande esperienza gastronomica. Curatissima la cantina (che è anche possibile visitare), ottima la materia prima. In cucina il talento di Antonio vi proporrà: appetizer di gelatina all’arancia con gamberetti, misto di crudi, alicette fritte dorate, filetti di triglia all’arancia, astice in brodo corroborante al limone, sartù di riso con frutti di mare, zuppa di verdure, crostracei e frutti di mare misti, fritto di pesce misto con verdure in tempura. Buona la selezione dei formaggi. Altrettanto, dopo il pre-dessert, i dolci: dal babà con panna e fragoline alla terrina di cioccolato calda dal cuore tenero. Il menù degustazione è servito a 56 euro (bonus); i pani sono fatti in casa. Proseguendo verso il mare di Marina del Cantone la Taverna del Capitano, con la sua terrazza sospesa tra terra e mare, è una sosta da non perdere. Qui troverete l’intera famiglia Caputo ad accudirvi con dedizione e passione. La cucina si basa su eccellenti materie, basata sul pesce assicurato ogni giorno alla Taverna da pescatori della zona. Ma anche da straordinarie qualità di ortaggi e frutta coltivati nell’orto di famiglia. La cucina è un’orchestra di sapori decisi, ben diretti dal bravo Alfonso. E la sinfonia di cannoli di ricotta (squisita) con ricci di mare e asparagi è degna figlia di cotanto talento, così come i ravioletti ripieni di gamberi alla salsa di frutti di mare o la squisita pezzogna in crosta di pane alle erbe aromatiche, ma anche qui la terra produce prelibatezze come l’ottimo pollo ruspante ben elaborato. Dopo il pre-dessert chiuderete in dolcezza con i calzoncelli ai marroni di Serino e il tortino caldo di cioccolato con salsa alla nocciola. Dalla magnifica cantina, ricavata restaurando lo scafo di un gozzo sorrentino (assolutamente da visitare), oltre a grandi selezioni di bottiglie potrete trovare la disponibilità anche di vini al bicchiere. Alta la qualità dei pani fatti in casa. I menù degustazione sono tre. Il costo è 60 euro, vini esclusi. L’ultima tappa del viaggio prevede la visita ad un grande. Il promotore del rilancio della ristorazione del sud d’Italia in anni difficili: il maestro Alfonso Iaccarino che, con Livia sua moglie e i giovani figli, gestisce il Don Alfonso 1890, in località S. Agata sui due Golfi. In questi anni il locale si è arricchito, oltre che con l’impianto della fattoria di famiglia e della sconvolgente cantina, della boutique-salotto nella quale il gourmet potrà godere di un’ospitalità senza pari. Quello che nutriamo per questo grande chef è rispetto e amore, rispetto per il coraggio e il mecenatismo, amore verso il talento unico. Da Don Alfonso potrete godere de “La Cucina” del Sud, servita con classe e sapienza. Ed allora lasciatevi trasportare o dalla carta o dai due menù degustazione, di cui uno assolutamente principesco, accompagnati dai fantasiosi pani (alle verdure, al pomodoro, all’anice); assaggerete la ormai mitica zeppola con pepe di Sechuan, agrumi, crema di piselli e zenzero croccante; la zuppa di zucca e caviale, i fantastici fusilli di Gragnano all’origano fresco, peperoncini verdi e pesce azzurro, il sublime tortino di riso carnaroli al latte di mandorle con crostacei, spinaci selvatici e pepe bianco; e ancora: il capretto lucano alle erbe fini. E infine per l’impressionismo di crema e zabaione al caffè. Il costo è 100 euro, vini esclusi. Di fronte a tanta passione ci si inchina e satolli ed estasiati ci si può reincamminare verso casa, accompagnati dallo splendido paesaggio che vi rimarrà per mesi nella memoria, così come i sapori e i profumi che avrete provato vi resteranno impressi a ricordo di un’esperienza straordinaria.


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lunedì, marzo 22, 2004

Per non dimenticar...

Per non dimenticare i morti di Madrid. Per dire No alla Guerra e No al terrorismo. Per chiedere il ritiro immediato delle truppe Europee dall'Iraq. Mi affido alle parole usate da Luis Sepùlveda.

PACE E GUERRA
Venite a Madrid
LUIS SEPÚLVEDA

Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid. Erano donne, uomini,
bambini, anziani, la semplice e pura umanità che cominciava un altro giorno,
un giorno di lavoro, di sogni, di speranze, senza sapere che la volontà
assassina di qualche miserabile aveva deciso che fosse l'ultimo. Venite a
vedere il sangue per le strade di Madrid, questa città amata in cui tutti
arrivano e tutti sono benvenuti. Venite a vedere gli appunti, i libri, le
cose sparse fra i resti del massacro. Venite a vedere un giorno morto e il
dolore di una società che ha gridato mille volte il suo diritto di vivere in
pace. Scrivo queste righe mentre ascolto i notiziari e posso solo pensare
alla tristezza delle aule, delle tavole, delle case a cui non ritorneranno
più quelle centinaia di cittadini, di fratelli e sorelle le cui vite sono
state stroncate in un miserabile atto di odio, perché l'unico obiettivo del
terrorismo è l'odio contro l'umanità, perché non c'è causa che possa
giustificare l'assassinio collettivo, perché non esiste idea che valga un
genocidio, perché non esiste giustificazione alcuna di fronte alla barbarie.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, assassini, e verificate
che sebbene è certo che ci avete sprofondato nel dolore, lo è altrettanto
che con questo crimine inqualificabile una volta di più non avete conseguito
nulla. Il valore dei madrileni che immediatamente si sono riversati a
soccorrere i feriti, a donare il sangue, a facilitare il lavoro delle forze
di sicurezza e di salvataggio, è stata l'immediata risposta morale di una
città fraterna, di una cittadinanza responsabile e solidale. Mentre scrivo
queste righe so che gli assassini stanno nelle loro tane, nei loro ultimi
nauseabondi nascondigli perché non ci sarà luogo sulla o dentro la terra
dove possano nascondersi e sfuggire al castigo di una società ferita. So che
guardano la televisione, ascoltano la radio, leggono i giornali per misurare
i risultati della loro codardia, l'infame bilancio di un atto che ripugna e
che ha trovato solo la condanna dell'umanità intera.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, venite a vedere il giorno
inconcluso, venite a vedere il dolore che lascia allibiti, a sentire come
l'aria di un inverno che si ritira porta il «perché?» per i parchi amorosi,
le fabbriche, i musei, le università e le strade di una città il cui unico
modo di essere è e sarà sempre l'ospitalità. Assassini; la vostra zampata
d'odio ci ha causato una ferita che non si chiuderà mai, però siamo più
forti di voi, siamo meglio di voi, e l'orrore non interromperà né piegherà
quella normalità civica, cittadina, democratica che è il nostro bene più
prezioso e il migliore dei nostri diritti.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, anche il cinismo di
quelli che hanno provato a lucrare sul dolore di tutti, di quelli che
manipolano le lacrime e la disperazione, di quelli che non vedono orfani,
vedove, esseri mutilati ma solo voti.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, di questa città che ha
gridato «pace» con voce unanime, e il suo grido è stato ignorato da un servo
dell'imperialismo nordamericano, da un lacché del signore della guerra che
pretende di governare il mondo, ed è solo riuscito a portare l'orrore in
Europa.
Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid, il lavoro sereno di
medici e infermiere, il gesto triste dei governanti solitari, e anche il
sorriso infame di un buffone italiano, l'unico al mondo ad assecondare Aznar
con le sue menzogne. Venite a vedere il sangue per le strade di Madrid,
bagnateci le vostre mani e scrivere «pace» su tutti i muri della terra.

























































postato da: Baol70 alle ore 23:12 | link | commenti
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Ecco il mio primo ar...

Ecco il mio primo articolo in tema enogastronomico, realizzato anche grazie alle ricerche fatte per il Forum del Gambero Rosso. E' stato pubblicato il 17/12/03 su Metropolis Magazine l'inserto mensile del Settimanale Metropolis che é distribuito nelle edicole della provincia di Napoli.

Le Festività natalizie sono senz’altro il periodo dell’anno durante il quale maggiore è l’attenzione alla gastronomia. Sia da parte di chi si prepara a celebrare le feste in famiglia, assecondando il più tradizionale degli adagi, sia per chi intende guardarsi intorno, scoprire nuovi posti e sfruttare il lungo periodo feriale per visitare gli incantevoli paesaggi Campani. M2 vuole così proporre un viaggio che parte da Vico Equense, piccola città, porta d’ingresso della Penisola Sorrentina, con una storica tradizione gastronomica, che negli ultimi tempi sembra essere esplosa, producendo risultati, successi, grazie alla concentrazione straordinaria di prodotti unici e capacità di inventare nuovi piatti che in questa oasi, celebrano il loro sposalizio. Qui c’è solo l’imbarazzo della scelta o per chi non vuole rinunciare a nulla la capacità di reggere ad un tour a tappe forzate, per provare manicaretti e prelibatezze preparati da grandi artisti della Cucina. Iniziamo con una piacevole novità segnalando al centro dell'orto di famiglia il ristorante Torre Ferano. Su una cantina dove si produce un buon vino, c'è questa piccola maison gestita dalla famiglia Staiano, generazione di casari e affinatori di quel giacimento gastronomico che è il provolone del monaco della Penisola Sorrentina. La cucina di questo locale è indubbiamente autorevole, guidata dallo Chef Giosué Maresca, uno dei pionieri della ristorazione di qualità in questa parte della Penisola Sorrentina. Le ottime materie prime usate completano il benessere di una visita in questo bel casale contadino, dove l'accoglienza è curata dal bravo e giovane Camillo, coraggioso patron, e dalla cucina tradizionale potrete assaggiare ottime zuppe, appassionanti paccheri alla genovese, terminando con caldi struffoli al miele di acacia. Il tutto per una spesa che non supera i 35 Euro a persona. Sempre sulle colline Vicane, in località Bonea, l’altra meta da visitare è l’Antica Osteria Nonna Rosa. La sede è in una dimora contadina del '700, che conserva cimeli e strumenti dell’arte contadina dei Monti Lattari. Ad accogliervi troverete Eduardo, anima indiscussa della sala, in possesso di armi peculiari di seduzione del cliente, che insieme a Peppe Guida (chef e patron) e Lella, sua compagna, compongono l'ossatura portante di questo locale. Sarete subito salutati dalla cucina con uno sfizioso apetizer ed un flute di bollicine. La cucina è corretta, potrete assaggiare dei buonissimi antipasti, polipi veraci fritti, un ottimo fiore di zucca ripieno di ricotta su salsa pizzaiola o un pantagruelico tagliere di salumi e formaggi, mozzafiato. Tra i primi, buono il croccante di riso al ragù di coccio, ottimi e freschissimi il pesce di secondo, così come gustosi sono i dolci. Il costo di un pranzo medio si attesta sui 38 euro vini esclusi e la cantina offre vaste possibilità di scelta. Una sosta, indispensabile per i gourmet, è quella da Salvatore De Gennaro, affinatore di formaggi, e selezionatore di grandi materie, che potrete trovare presso La Tradizione in località Seiano, qui oltre al Provolone del Monaco, prodotto dai casari Parlato o Staiano di Arola, e sapientemente affinati da Salvatore, si possono trovare i grandi formaggi italiani, le ottime carni, accanto ad uniche e selezionate bottiglie di grandi vini Campani, italiani ed esteri. E la cordialità di Annamaria compagna di vita del patron renderà piacevole la sosta e aiuterà a conoscere sapori e profumi inesplorati, permettendo di portarsi con se giacimenti gastronomici che renderanno grande la nostra tavola delle feste. E sin qui la Terra. Ora invece si entra nell’empireo dei grandi, l’olimpo degli idei Vicani, il circuito dell’alta ristorazione dove è indispensabile prepararsi ad una spesa che parte dai 60 euro vini esclusi, a persona, ma soprattutto per una emozione unica, memorabile. Parlando di Vico indispensabile è consigliare una visita al locale dello Chef emergente del momento, il giovane e simpatico Gennaro Esposito che, insieme alla compagna Vittoria Aiello, pasticciera piena di talento, gestisce la Torre del Saraceno. Quest’anno la Torre è stata insignita del massimo riconoscimento dalla Guida del Gambero Rosso, coronando gli sforzi e l’impegno di una giovane coppia che, con coraggio, conduce questo interessante ristorante. Sarete condotti per mano dai bravi Luciano e Ciro attraverso un percorso gastronomico che ha come base l’utilizzo di grandi materie prime, dal pesce freschissimo ai i fusilli artigianali fatti a mano da una brava artigiana Gragnanese, rispettati, manipolati con leggerezza e cura. Potrete così gustare piatti mitici come la zuppa di ricotta con triglie e ricci di mare, piatto che oramai è divenuto il simbolo di questo locale, o l’ultima creazione: gli gnocchetti ripieni di pomodoro essiccato, con anguille dei mari di Sicilia e profumo d’arancia. Un piatto che tende a tirare fuori dalle stanche secche delle elaborazioni tradizionali, l’anguilla, tipico ingrediente della cucina natalizia delle tavole napoletane. Il consiglio è quello di lasciarsi andare ad una lunga visita e ad una mirabolante esperienza, che si chiuderà con i delicati dolci di Vittoria cui non potrete rinunciare. Il consiglio che vi diamo è quello di chiedere infine a Gennaro, di visitare la bella cantina, racchiusa nei locali della Torretta saracena posta a mò di presidio di questo locale, dove sono conservati i vini che prima avete avuto modo di ammirare nella Enciclopedica lista. Poi non paghi, risiedete al tavolo, chiedete di servirvi un gran distillato e iniziate a conversare con Gennaro godendo ancora dei piaceri della sua maison. E se vi va, informatevi sul suo menù delle Feste, quando la cucina cambia, tornando alla tradizione rivisitata e alleggerita, potrebbe essere un’occasione irrinunciabile per godere di un grande pranzo di Natale o di un memorabile cenone di Capodanno, coccolati da una dolcissima famiglia del gusto. Altro Chef coronato quest’anno, per la prima volta, dalle tre forchette del Gambero è Antonino Cannavacciuolo, nativo di Vico ma che opera in quella splendida location che è Villa Crespi, che, ahi me! è ubicata sul Lago d’Orta. Anche se Cannavacciuolo promette di aprire tra qualche anno in località Ticciano un nuovo splendido locale che contribuirà ad arricchire l’offerta gastronomica Vicana. In ogni caso potrebbe essere una buona scusa per partire per qualche giorno e regalarsi una piacevole vacanza.


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domenica, marzo 21, 2004

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Qui potrai trovare i miei articoli di enogastronomia, considerazioni sugli avvenimenti politici, recensioni di ristoranti, racconti di viaggio, storie di uomini e di donne, potremo se vuoi, se ti va, confrontarci. E' un luogo aperto dove tutti sono benvenuti. Altresì è un luogo interdetto a chi non ha rispetto per l'altro da se.

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